Origini mitologiche e storiche dell'āyurveda ed il Sāṃkhya


Molti storici sono concordi nel sostenere che questa disciplina abbia almeno seimila anni anche se, come spesso è accaduto in India anche per la trasmissione di altri sistemi, gli albori della conoscenza ayurvedica risultano essere di difficile datazione dal momento che vi fu  una prima fase di trasmissione orale ovviamente  di incerta collocazione temporale.

Quello che non pare arduo stabilire è che questa disciplina affonda le sue radici negli antichi testi vedici in particolare nell'Atharvaveda.

Per quanto riguarda le sue fonti mitologiche si racconta che l'āyurveda si origini direttamente da Brahmā il quale lo donò al saggio Dakṣa Prajāpati e questi lo insegnò agli Aśvin, gli Dei gemelli, e da loro fu trasmesso a Indra, Signore della folgore, Dio del temporale, che a sua volta lo rivelò ai suoi discepoli: Bhāradvāja, Atreya, Kāśyapa e Dhanvantari.

Quest'ultimo è considerato la divinità padre dell'āyurveda ed è tutt'oggi ritenuto, dalla maggior parte dei medici ayurvedici, il patrono della medicina tradizionale. Nell'iconografia viene normalmente rappresentato con una vaso di amṛta, il nettare degli dei o bevanda dell'immortalità, nella mano sinistra in alto, mentre nella mano destra in basso ha un testo di medicina; nelle altre mani, un'erba medicinale e, talvolta, anche una sanguisuga, un bisturi o una conchiglia a rappresentare le diverse branche della medicina e della chirurgia.


L'āyurveda, oltre ad essere una splendida disciplina naturale che combina il manifesto con l'immanifesto, il microcosmo con il macrocosmo, il fisico con lo spirituale, si presenta dal punto di vista pratico, come potete constatare qui di seguito, già razionalmente strutturata in otto sezioni (Aṣṭāṅga Āyurveda):



• La kāyacikitsā o medicina interna

• Lo śalyatantra: la chirurgia

• Lo śalakyatantra: l'oftalmologia e l'otorinolaringologia

• Il kaumārabhṛtya: la ginecologia, l'ostericia e la pediatria

• L'agadatantra: la tossicologia

• La bhūtavidyā: la psichiatria

• Il rasāyana: la medicina del ringiovanimento

• Il vājīkaraṇa: la medicina afrodisiaca e riproduttiva



La presenza di queste specializzazioni potrebbe far pensare a possibili similitudini con la moderna medicina occidentale ma, come ho già affermato nel precedente capitolo, a differenza di quest'ultima, la medicina ayurvedica parte e si sviluppa senza mai dimenticare la costituzione sia fisica sia spirituale dell'essere umano.

Entrambe le discipline sono figlie delle rispettive culture. La medicina indiana tende ad unificare il complesso psicosomatico verso la sostanza spirituale mentre quella occidentale moderna, almeno per il momento (ma non ho perso la speranza...), verso quella materiale.

Tale atteggiamento insito nell'āyurveda deriva dall'interpretazione che proprio il Sāṃkhya induce in questa disciplina con la sua interpretazione della natura e dal quale bisogna ogni volta ripartire per meglio comprendere l'intero sistema.

Già nel mio libro La scienza della vita: lo yoga e l' āyurveda edito da SpazioAttivo edizioni scrivevo:

Ogni disciplina, scientifica o metafisica, ha come base una interpretazione filosofico-matematica della natura e delle sue regole che la caratterizza e la distingue. Così è anche per la medicina indiana più tipica: l’āyurveda.

I pilastri di questo edificio sono costituiti da elementi di una antica visione filosofica, dualistica, denominata sāṃkhya, anteriore all’avvento del Buddha ma anch’essa atea. Per tradizione si attribuisce a Kapila l’onere di aver redatto il testo anche se, come afferma Radhakrishnan nel suo trattato “La filosofia indiana”, nessuna scuola filosofica ha origine in tutta la sua pienezza dalla mente di un solo uomo. Riscontriamo, infatti, tracce di questo “punto di vista” già nel Ṛgveda e nelle upaniṣad o perlomeno troviamo riferimento a termini che saranno poi adottati dallo stesso Kapila.

Come forse non tutti sanno, il sāṃkhya è uno dei ṣaḍdarśana o sei punti di vista brahmanici ortodossi, i quali, nel corso della storia del pensiero filosofico indiano, ebbero il compito di enunciare alcune speculazioni riguardanti la natura dell’universo in generale. Essi sono ancora oggi considerati sistemi autorevoli del pensiero hindū in quanto, pur essendo diversi, hanno in comune le radici negli antichi testi sacri denominati Veda.

Personalmente ritengo che per comprendere i fondamenti teorici dell’āyurveda e dello yoga si debba indubbiamente passare attraverso un esame del sāṃkhya.

Bisogna premettere che i filosofi e gli scienziati che hanno voluto indagare alla ricerca dei principi della “Manifestazione”, per ovvia costituzione limitata umana, hanno nelle loro enunciazioni costretto l’infinito molteplice in regole finite tentando così di trovare elementi fondamentali ed inscindibili costituenti il presupposto su cui poggiare con sicurezza le loro interpretazioni.

Così è anche per il sāṃkhya dove con ventiquattro elementi base (tattva o principi della realtà) si procede a costituire una piramide interpretativa, secondo me, tuttavia, priva di vertice o causa prima trascendente.

Nella mia esposizione, ovviamente conseguente ad una personale interpretazione, ritengo interessante iniziare l’analisi partendo dalla sommità di questo schema.

Gli antichi saggi relatori di questa dottrina, decretarono che due componenti la natura erano da considerarsi principi ultimi, eterni ed assolutamente incausati: il puruṣa e la prakṛti. Il primo può essere considerato, da un certo punto di vista, l’Energia Cosmica Spirituale inespressa. Esso è il Veggente sprovvisto sia di qualità, sia di attributi; la coscienza cosmica impassibile ed immutabile che nel microcosmo ritroviamo riflessa nel puro soggetto interiore ripulito dall’identificazione nella materia.

La seconda è l’Energia Cosmica Materiale, priva di coscienza ma attiva e dinamica, l’oggetto con il quale erroneamente si identifica il soggetto.

Dalla unione dei due si origina, secondo alcune scuole, il male in quanto la prakṛti indurrebbe il puruṣa a considerare bello ed eterno tutto ciò che in verità sarebbe doloroso e impermanente.

Scopo dell’āyurveda, come del resto anche dello yoga, sarebbe quello di liberare l’uomo dall’identificazione del soggetto nell’oggetto mediante la discriminazione.

Ma, per tornare al macrocosmo, mi sembra di comprendere che questi due costituenti potrebbero godere in natura di uno stato di quiete e inattività fino a quando non entrano in contatto tra di loro. Sarebbe come a dire che, se si ammette un inizio, l’uno è in grado di attivare l’altro. In poche parole, quando lo spirito entra nella materia, la attiva e la rende senziente. La conseguenza di tale affermazione potrebbe portarci a considerare lo spirito come responsabile e, forse anche, per altre scuole interpretative, causa prima anche se, onestamente, mi pare che i fautori di questo movimento di pensiero non desiderassero presentare l’idea di un Dio, sia manifesto sia trascendente, che potesse essere la causa prima di entrambi: sia il puruṣa sia la prakṛti, vedendoli, come altre scuole ammetteranno, come aspetti della manifestazione divina.

Come già detto all’inizio, il sāṃkhya è ateo, è inutile pertanto cavillare, come alcuni studiosi fanno, nel tentativo di trovare un aggancio per un recupero teistico di tale metodo d’indagine.

Quando il puruṣa e la prakṛti, dunque, entrano in contatto tra di loro per un motivo del quale non viene dichiarata la causa, sembra avere inizio l’universo animato che si presenta come evoluzione della prakṛti. Sempre secondo questa filosofia, in un primo amalgama, denominato mahat, nel quale sono già attive le qualità che determineranno, in seguito, le caratteristiche di ogni singolo agglomerato di sostanza “vivente” compreso quello umano. Tali qualità (guṇa), se riferite al macrocosmo o all’aspetto microcosmico intellettivo, sono: sattva, rajas e tamas.

La prima è la coscienza potenziale, la spinta verso la perfezione, tutto ciò che è in grado di generare bontà e felicità. È leggera, trasparente e illuminante. Essa tra l’altro è responsabile e determinante la formazione dei cinque sensi conoscitivi o jñānendriya: udito, tatto, vista, gusto e olfatto.

La seconda è l’attività, compreso il divenire del mondo; è responsabile di produrre dolore e spingere alla attività febbrile. Determina lo sviluppo degli organi di azione karmendriya: parola, mani, piedi, organi di riproduzione, organi di escrezione.

La terza, infine, tamas è ciò che si contrappone all’attività, è l’apatia, l’indifferenza che conduce all’ignoranza e all’inerzia. Dal tamas procedono dapprima i cinque tanmātra o elementi sottili: suono, tatto, forma sapore e odore, poi, con una successiva condensazione, i cinque elementi grossolani (mahābhūta): spazio (ākāśa), aria (vāyu), fuoco (agni), acqua (āpas) e terra (pṛithivī).

Al di là di quanto fin qui affermato dal testo citato, con la pratica esperienza da terapista posso affermare oggi che questi cinque elementi non sono soltanto frutto di una considerazione speculativa astratta ma, in pratica, essi sono concretamente presenti ovunque, anche nel corpo umano dove si manifestano palesemente ad esempio nelle seguenti forme: l’elemento terra trova riscontro nel suo peso e nella sua densità, l’acqua corrisponde alla sua umidità, il fuoco al suo calore, l’aria alla sua leggerezza ed infine lo spazio, dove la densità raggiunge una condizione di rarefazione così evidente da contenere anche l’aria, è presente nell’organismo in differenti circostanze come ad esempio in una narice (dove infatti scorre l’aria) oppure in un osso internamente reso vuoto da una grave patologia come l’osteoporosi.

Ho di conseguenza sempre sostenuto che per un attento ed esperto terapista ayurvedico, la diagnosi potrebbe già iniziare all’atto del ricevimento del suo paziente, dalla stretta di mano, tipica del saluto occidentale, dalla quale egli potrebbe ricavare preziose informazioni relative al peso, all’umidità, al calore o alla leggerezza della stessa.

Scopriremo insieme che saranno proprio i pancamahābhūta - i cinque elementi “grossolani”: terra, acqua, fuoco aria, etere - a consentrirci in āyurveda una tipica valutazione diagnostica ed a permetterci con chiarezza di gestire una terapia.

Nello stesso capitolo del mio primo libro continuavo scrivendo:

I tre guṇa o qualità della prakṛti non sono mai separati ma convivono in interrelazione dinamica tra di loro, si mescolano e si sostengono a vicenda.

Ecco che, nella medicina ayurvedica, anche se in diversa forma, troviamo rappresentate nel corpo, manifestate fisicamente e più concretamente, tre qualità, definite in questo caso: vāta, pitta e kapha (tridoṣa).

Queste qualità, esistenti al confine tra energia e materia e che possiamo prendere in considerazione come sostanze sia biologiche sia energetiche, sono gli agenti regolatori della natura che mantengono o governano la salute nel corpo e sono resi gestibili proprio grazie alla loro stretta relazione con i cinque elementi. Vāta, “l’energia propulsiva”, che per tradizione si originerebbe per primo direttamente dal prāṇa o energia universale manifesta, sarebbe fisicamente costituito da aria al 70% ed etere al 30%, pitta, che insieme a kapha prende origine da Vāta, avrebbe come pilastri fisici il fuoco al 70% e l’acqua al 30% ed infine kapha acqua al 70% e terra al 30%.

Il medico ayurvedico, tra l’altro, è in grado di sentire la loro presenza auscultando anche semplicemente il polso. Non si tratta di una interpretazione occidentale del battito cardiaco ma della capacità di avvertire il pulsare di queste qualità in tre punti vicini, per la tradizione dalla quale provengo nel braccio destro dell’uomo e nel sinistro della donna, alla ricerca di eventuali anomalie o disarmonie tra di loro.

I doṣa (peculiarità-difetti) si manifestano nel corpo con queste caratteristiche divergenti: il vāta corrisponde al secco, freddo, ruvido, leggero, può essere anche il magro ed è situato soprattutto nella parte bassa del corpo; il pitta è calore, fluidità ma anche acidità ed è situato specialmente al centro del corpo; infine il kapha che è la pesantezza, il freddo, la solidità, il grasso, lo ritroviamo collocato principalmente nella testa e nel torace.

All’atto della nascita, insieme al patrimonio genetico, l’uomo porta con sé le sue caratteristiche di base, ma queste possono essere modificate lungo il percorso della vita da diversi fattori come lo stile di vita, l’alimentazione o anche, in modo particolare, dal contenuto della mente (manas) per cui si afferma che anche la costituzione dei doṣa, è variabile.



Ribadisco che la medicina ayurvedica appoggia l’ipotesi dell’origine psicosomatica delle malattie e sostiene, inoltre, che una delle tre principali cause di malattia sia proprio l’errore dell’intelletto (prajñāparādha).



Per questa ragione essa si occupa anche del mentale ed i medici sono sempre pronti a dare consigli ai pazienti per portarli ad una purificazione della loro mente, al risveglio dello stato di attenzione e della conseguente consapevolezza, preludio della coscienza.

La strada è quella di ammettere che esiste una visione soggettiva ed una oggettiva. La prima è preda dell’ego. Ma vediamo da dove ha origine nell’āyurveda il concetto di ego: quando la manifestazione viene toccata dall’impulso dell’evoluzione si attiverebbe un principio cosmico di coesione “separatista” chiamato ahaṃkāra in grado, con la sua forza centripeta, di far coagulare la materia inerte portando le particelle dell’universo a condensarsi in corpi separati. Da tale principio deriverebbe il senso dell’Io o principio di individuazione soggettiva, nemico della visione oggettiva, che spesso viene vista nelle discipline indiane come l’ostacolo alla realizzazione.

A mio avviso, quanto fin qui esposto, potrebbe essere già in grado di fornire ad un lettore avveduto, le prime importanti informazioni per una sana gestione della sua esistenza poichè disporrebbe fin da ora di mezzi per intraprendere un primo percorso di redenzione verso una generale salute, fisica e spirituale.

Sicuramente il primo passo che dovrebbe compiere per l’attuazione di una vita integra e felice, sarebbe quello di domandarsi se i principi vitali presenti nel suo proprio microcosmo puruṣa (parte non fisica), prakṛti (parte fisica) e ahaṃkāra (forza di attrazione da cui come si è detto si origina l’ego) fossero in armonia o si trovassero in disaccordo.

Se mi dovesse chiedere un consiglio su come scoprirlo o come sanare eventuali scompensi, gli suggerirei il mezzo che senza dubbio considero il migliore e, tra l’altro, perdonate la banalità anche il più economico (non costa nulla): la pratica della meditazione sulla quale ho già dato, in varie occasioni, indicazioni scritte. Quanto prima, tuttavia, intendo nuovamente affrontare questo argomento in modo più esaustivo poichè ritengo che la meditazione sia la via maestra per una piena realizzazione.

Per tornare ai nostri tre principi, penso che la loro condizione e relazione sia essenziale nella materia vivente universale e un giusto status delle stesse dovrebbe conseguire da una naturale etica comportamentale. Consentitemi di fare un esempio a livello cellulare. Premetto che ciò che sto per dichiarare è frutto di una mia personale ipotesi tuttora in fase di elaborazione. Dico questo per essere parzialmente sollevato dalla responsabilità di quanto sto per dichiarare che potrebbe sollecitare una reazione “inopportuna” da parte di quella classe medica conservatrice la quale, in qualche caso, sentirebbe minati sia il proprio credo sia i fondamenti inerenti la procedura di una pratica terapeutica specialmente in caso di carcinoma.

Quando un chirurgo asporta dal corpo di una persona affetta da cancro una metastasi, si ritrova un agglomerato di materia composta ovviamente da cellule. Ho spesso sentito proferire da alcuni medici che al centro di tale massa si ritroverebbero una o più cellule “come impazzite” ossia manifestanti un comportamento anomalo. In tali circostanze, in seguito alla mia richiesta di chiarimento ulteriore, essi hanno sempre palesato segni di incertezza come se mancassero loro i fondamenti per concepire una chiara diagnosi. In effetti, ciò che penso è che alla attuale medicina allopatica di tipo “materialista” mancano talune basi filosofiche. Con l’occasione, mi permetto di sostenere che, al giorno d’oggi, potrebbe invece essere importante riportare i medici a studiare anche filosofia: forse sarebbe la via per ricondurre la medicina alle sue greche e nobili origini, ben lontane dal materialismo che oggi la caratterizza.

Secondo la mia ipotesi, la cellula giustamente definita “impazzita” si identificherebbe, avendo perduto la normale e naturale etica comportamentale, in una errata mansione. I tre principi puruṣa, prakṛti e ahaṃkāra, avendo abbandonato, per così dire, il “centro” e per conseguenza un sano equilibrio, risulterebbero fra loro disarmonici. La forza di attrazione (ahaṃkāra), in particolare, si rivelerebbe cresciuta a dismisura. In altri termini l’ “ego” di tale entità biologica apparirebbe abnorme ed essa, come un despota, sarebbe in grado di disorientare anche le altre entità a lei vicino attraendole e costringendole a divenire a loro volta “disubbidienti”. Ecco come, secondo me, in qualche caso, si potrebbe formare un classico agglomerato chiamato metastasi.

Se si dovesse ritenere tale ipotesi possibile, è certo che l’approccio terapeutico sarebbe completamente diverso. Nella maggior parte dei casi, oggi si adotta una terapia distruttiva e violenta, basata sulla soppressione di cellule a volte anche sane, nel tentativo di non permettere a quella malata, subordinando le altre, di divenire troppo forte.

Secondo me, invece, varrebbe la pena di intraprendere una ricerca per trovare e riprodurre i farmaci in grado di pacificare la forza di attrazione (ahaṃkāra). La strada sarebbe sicuramente più incruenta e rispettosa, in linea con i principi della non violenza.

Per meglio avvalorare ciò che da qualche anno sto ipotizzando sul meccanismo in atto in alcune cellule malate di tumore, propongo la seguente ulteriore riflessione: l’ahaṃkāra del nostro pianeta viene comunemente chiamato forza di gravità. Immaginate cosa accadrebbe se dovesse crescere a dismisura. Tutti siamo consapevoli che la Terra viaggiando nello spazio, attrae polvere cosmica e piccoli frammenti stellari detti meteoriti. Un eccessivo aumento di gravità genererebbe nuove condizioni di equilibrio o squilibrio ed il nostro pianeta potrebbe attrarre verso di sè persino la luna e per noi sarebbero guai seri, come lo sono nella cellula in questione, derivanti appunto dalla disarmonia dei tre fondamentali principi universali.

Tutti parimenti importanti, incluso quello, oggi quasi ignorato, di natura spirituale (puruṣa).

Scrivevo nel mio secondo libro Nel respiro il segreto della vita sempre anch’esso edito da SpazioAttivo edizioni:



L’uomo paga inesorabilmente questa mancanza di informazione ed educazione. Oggi, come abbiamo stabilito attraverso un’indagine condotta alcuni anni fa, sette persone su dieci soffrono di disturbi di origine non fisica, i più comuni dei quali sono: lo stress, il panico, l’ansia, la depressione, l’ipocondria, l’anoressia, la bulimia di origine nervosa, disturbi del sonno, dell’umore, della sfera sessuale, intestinali, ecc. Dobbiamo essere grati alla medicina allopatica per aver trovato alcuni rimedi ed aver risolto molte malattie di origine fisica, tuttavia, oggi, essa si mostra confusa ed inadeguata di fronte al dilagare di questi disturbi di origine non fisica. Ai medici, in generale, manca pratica, conoscenza e preparazione per affrontare questi particolari problemi.

Alcuni di loro, purtroppo, a volte solo per motivi economici o di clientela, si stanno preparando anche nella medicina alternativa (fortemente osteggiata soprattutto in passato) senza tuttavia avere in animo l’etica, la conoscenza olistica e “spirituale” che essa necessariamente richiede. Questa epoca, poi, presenta anche l’avvento degli psicologi a cui l’uomo, come un bambino irresponsabile, crede di poter affidare la gestione del suo “mentale”. Intendiamoci bene, gli psicologi, come i medici, sono senza dubbio utili, anzi necessari, specialmente nei casi gravi o difficili, ma, in generale, quando scrivo o insegno, ho in animo un chiaro scopo: quello di portare i mie lettori o allievi all’autogestione e alla prevenzione che, in altri termini, significa essere liberi, nel limite del possibile, da dipendenze di qualsiasi genere, terapeutiche o comportamentali.



A questo proposito mi sono già espresso più volte ma una volta in più affermo con coraggio che dover dipendere da un’altra persona per leggere un referto o i risultati di un’analisi rappresenti un’offesa all’umanità e che il dovere di una società evoluta sarebbe di istruire le persone per portarle ad una diretta comprensione e gestione della salute il più possibile senza intermediari. Questa, tra l’altro, rappresenterebbe una economica via d’uscita in tempi di crisi nei quali si minaccia di ridurre o sospendere il servizio sanitario per mancanza di fondi.


Io penso, quindi, che invece di sollecitare l’intervento degli psicologi già dalle scuole d’infanzia, dovremmo preoccuparci di educare i nostri figli ad abitare e conoscere la parte non fisica della loro costituzione. Come si può governare ciò che non si conosce? Capite perché e da dove provengono i disturbi “di origine non fisica” di oggi? Dovremmo attraverso la pratica della meditazione orientale, insegnar loro a gestire anche la mente.


Una vita piena, integra e felice, oltre che della parte spirituale e della mente, deriverebbe anche dalla corretta gestione dei tre principi, già citati, chiamati vāta, pitta e kapha. Essi come ho già commentato nel medesimo capitolo del mio secondo libro si manifesterebbero in forma tangibile già nella respirazione:

La respirazione si manifesta, come tutti sanno, nelle sue tre forme: inspirazione, astensione dalla respirazione ed espirazione. Quando si nasce, o meglio, quando si inizia a gestire in proprio l’esistenza, dopo il taglio del cordone ombelicale, la prima di queste tre funzioni a manifestarsi è l’inspirazione. Naturalmente non per caso: sono sempre stato istintivamente portato a non credere alla casualità ancor prima che la sapienza indiana mi levasse ogni dubbio. In natura tutto sembra rispondere alle leggi dell’esistenza e la manifestazione si presenta come una ordinata azione (karman).

Mi sento di affermare, dunque, che, non per caso, la vita inizia con un’inspirazione e termina con un’espirazione e può anche essere presa in considerazione come un insieme di respiri: ogni giorno, come molti sanno, respiriamo, a seconda del nostro stato e delle condizioni esterne, da 15.000 a 20.000 volte. Gli adepti di alcune interessanti discipline orientali, addirittura, ritengono che all’atto della nascita si verrebbe dotati di un certo numero di respiri. Essi, infatti, tra l’altro, si esercitano normalmente a promuovere ed utilizzare una respirazione più consapevole, più ampia e lenta (che allungherebbe anche la vita). La consapevolezza, poi, permetterebbe di cogliere il significato vitale e spirituale di tale atto e di ciascuna sua fase.

La meditazione praticata sul respiro (vipasanā) ha portato anche me a comprendere, ad esempio, che l’inspirazione è strettamente correlata alla forza della sopravvivenza, la stessa che sostiene la vita nutrendola: inspirare, infatti, è espressione dell’assimilare sia in senso fisico, sia psichico.

Tale energia, nel nostro essere, si assume la responsabilità della sua struttura, della protezione (in relazione non solo alle difese immunitarie ma anche ai muchi e alle sostanze lubrificanti). Chiamata, dai praticanti della medicina indiana ayurvedica, kapha, essa, costituita dal 70% di acqua e dal 30% di terra,  è in forte relazione con il senso del gusto, dell’odorato e il senso del piacere “in generale”. Le importanti funzioni dell’esistenza sono strettamente correlate al senso del piacere: inspirare da piacere, così come bere, mangiare, far l’amore. Attraverso la sessualità, infatti, la vita sostiene se stessa, si riproduce ed estende. Naturalmente, una vita sana consegue dalla consapevolezza che, trasformandosi in conoscenza, fa perseguire il giusto e non solo quello che piace. L’attaccamento al piacere, ad esempio del bere, come tutti sanno, origina dipendenza e trascina all’alcolismo. Ciò vale anche per tutti gli altri aspetti del piacere.

L’inspirazione rappresenta, infine, la forza che, a scopo di sostentamento, trascina verso di noi la “vita” esterna, costituita, come il microscopio può rivelarci, oltre che di particelle, di batteri, di microrganismi, di virus, ecc., per affidarla alla “trasformazione” che ha il compito di adattarla alle nostre necessità di sopravvivenza. Il prodotto dell’inspirazione, tramite il sangue, giunge alle cellule dove, per ossidazione, viene reso adattabile e utile.

Con il termine “trasformazione” intendo riferirmi non solo a questo processo, ma a tutti quelli che hanno il compito di digerire ciò che, proveniente dall’esterno (esempio cibo, emozioni), una volta trasformato, va a far parte della personale esistenza e costituzione. Nella disciplina che pratico, tale processo, viene detto pitta il quale ha, nell’astensione alla respirazione, una sua evidente espressione.

Il compito di “trasformare” viene affidato all’elemento fuoco, elemento principale di questo agente (doṣa), infatti, se potessimo dare indicazione della sua percentuale di presenza, diremmo che è il 70% del totale, mentre il rimanente 30% è di pertinenza dell’elemento acqua.

Per capire, dunque, come funzioniamo, basta pensare a quando vediamo una bella mela: kapha fornisce il desiderio di mangiarla, la prendiamo ed iniziamo con piacere a masticarla, è ancora mela nella bocca mentre viene inumidita dalla saliva, nell’esofago ma, quando raggiunge lo stomaco, subisce quel processo di trasformazione, che chiamiamo comunemente digestione, e nel giro di tre/quattro ore, una parte di essa scorre nel nostro corpo sotto forma di plasma, divenendo parte integrante di noi stessi.

Ciò dal punto di vista scientifico (e non solo), è molto interessante, soprattutto in rapporto al piano emozionale: il lettore non dimentichi in nessun caso, come è nella tradizione della disciplina medica indiana, la costituzione psicosomatica del vivente. Per un’ulteriore e più facile comprensione di quest’ultimo aspetto, aggiungo che quando faccio lezione ai miei allievi, essi, ascoltano le mie parole attraverso il senso dell’udito, ma è loro possibile comprendere e metabolizzare ciò che viene detto, fino a farlo divenire parte integrante della loro conoscenza, attraverso un tipo di pitta situato nella testa chiamato sādhakapitta.

Tornando al processo di assimilazione della mela, ho dichiarato che solo una porzione di essa, quella utile, va a far parte della costituzione individuale iniziando a scorrere nel plasma, la parte riconosciuta come inutile o dannosa, invece, prende la via dell’eliminazione.

Questo è uno dei compiti (il principale è quello del moto in generale) della terza forza che andiamo a scoprire e che, nella nostra disciplina, viene chiamata vāta costituita del 70% di aria e del 30% di etere. L’eliminazione, come tutti sanno, avviene attraverso l’espirazione, la sudorazione, l’urina, le feci, ecc.

In conclusione mi auguro, attraverso queste poche righe, di aver fatto comprendere ai miei lettori, che la salute dipende dalla gestione democratica di queste tre forze. La presenza di “fanatismo” nei doṣa (kapha, pitta, vāta) determinerebbe l’insorgere della malattia. I doṣa, se proposti utilizzando i termini della moderna fisica, possono grossolanamente anche corrispondere all’inerzia (kapha), l’energia (pitta) e il moto (vāta). Nell’atto respiratorio essi si possono collegare anche all’inspirazione, all’astensione dal respiro e all’espirazione.



Nell’uomo i doṣa sono i principi fondamentali che regolano le funzioni organiche e non organiche e sono in un certo senso gli intermediari tra ciò che proviene dall’esterno come gli alimenti o le emozioni e le funzioni dell’organismo o della mente.

La salute dipende dal loro funzionamento o gestione la quale, per grazia ricevuta dai sapienti, è resa diagnosticabile e gestibile dalla presenza dei cinque elementi grossolani (bhūta): spazio (ākāśa), aria (vāyu), fuoco (agni), acqua (āpas) e terra (pṛithivī).

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