
Amadio Bianchi
Incontriamo un grande Maestro di yoga e ayurveda che negli anni
ha creato un ponte culturale fra Oriente ed Occidente
Era il 1998 quando si è tenuto a Milano un importante evento di
respiro internazionale per commemorare la figura del Mahatma.
Dal 24 al 30 gennaio, in uno spazio di quasi novemila posti a
sedere, si erano esibiti gratuitamente oltre 300 artisti,
provenienti da varie latitudini del pianeta.
Ideatore di questa
grande celebrazione, chiamata “Artisti per la pace. Gandhi 50
anni dopo”, è stato il Maestro Amadio Bianchi, figura autorevole,
in Italia e all’estero, del mondo dello yoga e dell’ayurveda.
Presidente dell’European Yoga Federation e del World Movement
for Yoga, Yogacarya Amadio Bianchi è chiamato anche Swami
Suryananda Saraswati, a conferma della sua forte simbiosi con la
cultura e la filosofia indiana. Lo abbiamo incontrato nella sede
della
Scuola Internazionale di Yoga e Ayurveda, C.Y.Surya, da lui
fondata. Tanti i temi interessanti emersi nel corso
dell’intervista. Dalle sue parole e dai suoi gesti traspare una
profonda pace interiore e quella consapevolezza che tanti
ricercano, soprattutto in un periodo così instabile come quello
in cui l’intera umanità è immersa.
«C’è un più ampio risveglio di consapevolezza dettato dalla
necessità o dal malessere – spiega il Maestro.
In questa fase storica è
più evidente che in altri momenti. Quando si è profondamente
nell’oscurità, si anela forse con più desiderio a una visione
più chiara. Dal punto di vista spirituale, è un periodo molto
cupo, in quanto siamo nel
kali yuga. Proprio in questi momenti alcune coscienze si
risvegliano con più evidenza. Io le sto incontrando sempre più
numerose».
Dal buio alla luce
Gli antichi testi vedici descrivono questa era come un’epoca di
decadenza, di discordia e grandi conflitti. Ma è appunto in
questi frangenti che molte persone si aprono e sono più
ricettive a cogliere segnali non materialisti, non tangibili,
più profondi e vicini alla propria coscienza. Il Maestro Amadio
Bianchi ha vissuto il “suo
kali yuga”, circa 45
anni. All’epoca stava attraversando una fase esistenziale molto
difficile, delicata e oscura. È stato proprio in quel periodo
complesso e pieno di difficoltà che si è avvicinato allo yoga.
«Ho iniziato a praticare per una motivazione personale. Avevo
perduto la salute. All’età di 17- 18 anni ho incominciato ad
avere problemi di anemia, che poi si sono acuiti con il passare
del tempo. Qualche dottore aveva in seguito definito l’anemia
“un sospetto di leucemia”. Sono andato in cura da un famoso
professore di Genova. Sto parlando di 45 anni fa. Era un
luminare del settore. Da quell’incontro i miei problemi non si
sono risolti. Si è acuita anche la mia condizione psicologica ed
emotiva di tristezza: ero circondato da molte attenzioni, quelle
attenzioni che si elargiscono a una persona che se ne sarebbe
andata. Credo che quella tristezza che mi aveva colpito avesse
aggravato ancora di più il mio stato di salute precario.
Infatti, mi sono ammalato anche di tubercolosi. Nonostante le
difficoltà mi sono sposato con Emy Blesio (diventata anche lei
una nota insegnante di yoga; ora Presidente dell’International
Yoga Confederation, N. d. A.). Avevo 23 anni e la mia compagna
Emy 19. Stavamo arredando la casa e stavamo cercando anche libri
per arricchire scaffali e librerie nuove. Abbiamo acquistato
parecchi volumi. Il libraio che ci li ha venduti era così
contento che ci ha regalato alcuni testi, diversi rispetto a
quelli che Emy richiedeva. Tra questi figura un libro per me
importantissimo, perché mi ha cambiato la vita. Si tratta di
Sport e yoga scritto
dal Maestro Yesudian, originario dell’India, che però risiedeva
in Svizzera. Ho incominciato a leggere questo e altri suoi
libri, che in realtà non hanno grandi pretese filosofiche; però,
fra le righe, c’è qualcosa che mi ha profondamente colpito. Quel
libro è stato ed è talmente importante che nella mia casa lo
custodisco in una vetrinetta. È una delle cose più care. Gli
scritti del Maestro Yesudian hanno determinato il mio impatto
con l’Oriente, con lo yoga prima e l’ayurveda poi. Dopo averli
letti, ho praticato yoga per 3 anni in modo intenso risolvendo
praticamente tutti i miei problemi di salute. Il medico condotto
del mio paese natale, Corteno Golgi a pochi chilometri dalla
Svizzera, andò da mia madre, dicendole: “Sono un uomo di
scienza, non credo nei miracoli, ma questo lo è”.
Partire da analisi di un
certo tipo e arrivare a risultati di un altro tipo credo per un
medico sia stupefacente. Ho cambiato l’alimentazione, e ho
seguito un percorso yogico partendo dagli insegnamenti di questo
maestro, per poi avvicinarmi ad altre tecniche. Di questo devo
ringraziare anche un famoso ex-calciatore che ho incontrato
all’Aprica. Questo signore si chiama Paolo Marocchi e anche a
lui devo un poco dell’emozione e dello slancio che mi ha
condotto allo yoga. L’ho incontrato quando non era più
calciatore a causa di problemi al ginocchio. Mi raccontava che
per una persona cresciuta nel mondo del calcio, uscirne per
forza è stato traumatico. Lo yoga gli aveva permesso di
recuperare una condizione di serenità. È stato Paolo Marocchi a
mettermi in contatto con i primi maestri riconosciuti e
conosciuti in Italia».
Lo Yoga di Patanjali come punto fermo
Grazie a queste scoperte e a vari incontri,
Amadio Bianchi entra con entusiasmo e con profonda convinzione
nella cultura indiana. Durante un congresso di yoga organizzato
in Svizzera, ha incontrato grandi maestri, Satyananda,
Chidananda, Muktananda, che hanno rappresentato per lui la voce
autentica proveniente dall’India. Questo accadeva 43 anni fa. In
questi decenni, lo yoga e l’ayurveda si sono affermati anche in
Italia. Insegnanti e allievi sono sempre più numerosi.
Altrettanto diversificata è l’offerta di scuole, tecniche,
metodologie, alcune create o adattate in funzione dell’esigenze
dell’occidentale. Ma la tradizione yogica rimane un punto fermo
per il Maestro Amadio. «Ci troviamo in un mondo in cui siamo
immersi nella diversità. Ogni situazione, ogni essere umano è
irripetibile. La creatività è anche un’espressione del divino.
Quindi non mi meraviglio che ci siano tante persone che
inventino nuove metodologie. Io sono particolarmente affezionato
allo yoga classico e quando ci si riferisce allo yoga classico,
si parla sempre di Patanjali, al quale, quest’anno, per la prima
volta nella storia dello yoga, dedichiamo in India un evento che
si chiama “Patanjali Week Celebrations”, dal 29 ottobre al 7
novembre. Le celebrazioni si terranno a Bhopal, città che è
stata risanata».
Bhopal è tristemente nota per il peggior disastro industriale
della storia dell’India, causato dalla fuoriuscita di quaranta
tonnellate di gas letali, dalla fabbrica di pesticidi della
multinazionale statunitense Union Carbide. Era il 1984. Morirono
8000 persone. Oggi le vittime ufficiali sono circa 25mila.
Bhopal, però, con questo evento organizzato da varie
associazioni legate allo yoga e all’ayurveda, diventerà un polo
di attrazione per quanti vogliano conoscere e approfondire la
figura di colui che ha redatto gli Yoga Sutra.
«Ci sono vari motivi che ci portano a Bhopal»,
spiega Amadio Bianchi. «Prima di tutto, Maharishi Patanjali è
nato a
L’Ahimsa, la non
violenza, nella pratica yogica
La figura di Patanjali rappresenta lo Yoga
classico, l’Ashtanga yoga. Oggi come oggi, le correnti
tradizionali sono affiancate da nuovi metodi, creati dall’unione
con altre discipline, come la danza o il teatro.
Per scoprire l’originale
tradizione yogica bisogna capire quale impulso smuove verso la
ricerca e la conoscenza. La scelta di un percorso dipende da
quale aspetto dello yoga interessa di più. Per esempio l’hatha
yoga è quello più diffuso e popolare in Occidente. «Ci sono
forti impulsi verso lo yoga fisico», conferma il Maestro Amadio.
«Qualche volta sospetto che alcune metodologie non si possano
definire yoga. Quando sento dire che le persone si fanno male
praticando alcuni asana, vuol dire che lo yoga non è stato
compreso correttamente, dal maestro e/o dal praticante, perché
lo yoga parte da un codice di norme, gli
Yama. Il primo
principio è l’Ahimsa,
la non violenza, una norma etica che non si riferisce solo al
comportamento verso gli altri, ma anche verso se stessi. Se ci
si fa male, c’è qualcosa che non funzione nella pratica e nel
suo apprendimento. Se accade questo, significa che gli
insegnanti non hanno recepito una preparazione idonea. Lo yoga è
lavorare sul proprio fardello karmico e concentrarsi su quello.
Non bisogna paragonarsi ad altri o desiderare di essere come un
altro. È necessario rispettare le diversità».
“Unità nella diversità”. Questo è un principio in cui il Maestro
Amadio crede fermamente, in quanto è la soluzione migliore per
risolvere i problemi e i contrasti sociali.
«Come si trova la pace, mi sento spesso chiedere. Ecco, io penso
si trovi praticando il rispetto nella diversità. È un elemento
basico. Se portiamo la nostra consapevolezza in questa direzione,
la condizione di pace è possibile».
Coscienza e corpo: un unico tempio
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