

Che dire di questa giovanissima danzatrice che già dall’età di
quattro anni sceglie questa difficile danza che la porta ora che
ha vent’anni a frequentare la famosissima accademia da dove sono
usciti i più grandi danzatori di questo stile?
In una città all’altro capo del mondo, Madras, nel Tamil Nadu,
all’altezza del Tropico del Cancro, con un caldo indescrivibile
a danzare e studiare sei ore al giorno in accademia e altre ore
a casa…
Beh, le facciamo i complimenti e tanti auguri!
Eccola che arriva con una bottiglia di acqua Bisleri sotto il
braccio e un quaderno per gli appunti.
Mi presento e lei,
con un sorriso, si
siede davanti a me su una specie di panchina ricavata da una
pietra.
D: Come ti trovi qui, lontano dalle comodità della nostra
vita occidentale?
Surya: Non sono nuova a questa vita indiana, ci vengo da
quando avevo dieci anni e devo dire che mi sono assuefatta a
quest’aria profumata di gelsomini e di … masala.
Ride di un bel riso fresco anche sotto il sole cocente di
Madras.
Siamo sedute sotto un albero carico di grossi fiori rosso fuoco
che contrastano con il poco fogliame verde brillante. Surya mi
dice che qui lo chiamano Le fiamme della foresta appunto
a causa dei fiori vermiglio.
Un sauro lungo due spanne fa capolino dal tronco e io faccio un
salto all’indietro.
Surya: Non fanno nulla, non sono pericolosi, nel Campus ce
ne sono a migliaia… sono bellissimi, vero? Vede quello? Ha il
corpo color sabbia, ma se lo guarda bene ha la gola e le guance
arancione e la crestina verde chiaro. ...
è troppo carino!!
D: Ti piacciono i rettili?
Surya: Se non mi piacessero avrei dei problemi, visto che
ci sono gechi nelle case e sauri e serpenti in giardino. Quando
sono arrivata e in casa e non ho visto un geco è stata una
delusione… che è sparita solo due giorni dopo, quando ne è
arrivato uno piccolissimo che è un amore…
D: Un geco un amore? A me fanno un’impressione… In casa?
Non abiti nel Campus?
Surya: No, tre anni fa sono stata malissimo per una
infezione intestinale e stavo morendo… solo per aver preso un
milk shake in cui avevano messo una pallina di gelato. Ero in
uno dei migliori ristoranti di Chennai, sì di Madras ma qui la
chiamiamo Chennai, mi avevano detto che era sicurissimo, ma il
ghiaccio del gelato probabilmente proveniva da fuori… non so…
fatto sta che il giorno dopo avevo 41 di febbre e se mia madre
non avesse avuto con sé un antibiotico disinfettante intestinale
non saremmo ora qui a parlarne. In una settimana ho perso otto
chili e mi sono trascinata il problema per quasi due anni.
Anche l’anno scorso ho messo in bocca un pezzetto di
cocco con le mani ancora umide dopo averle lavate sotto un
rubinetto e il pomeriggio avevo già la febbre… ho preso subito
il miracoloso antibiotico che non mi lascia mai, come la
copertina di Linus, e sono
stata bene subito. Come vede non posso permettermi di mangiare
all’ostello. Almeno per il primo anno. Poi mi abituerò e sarà
diverso. Intanto ho già cominciato a non disinfettare i piatti
nell’amuchina. Li asciugo molto bene e basta. Così piano piano
mi faccio gli anticorpi necessari… vedremo…
D: Quanti anni rimarrai qui per la tua formazione?
Surya: Visto che quando ho avuto l’audizione a dicembre
mi hanno fatto saltare il primo anno, rimarrò qui al massimo
cinque anni. Cioè, sarebbero quattro anni più due di
postgraduation.
Se tutto va bene mi piacerebbe ottenere anche la postgraduation
che mi consente di diventare coreografa e nattuvanar.
D: Coreografa so cos’è ma che cos’è nattu… quella cosa lì?
Surya: Nattuvanar. È una specializzazione che ti consente di
imparare a usare i cimbali e la voce come base della danza. È un
po’ difficile da spiegare ma ci provo. Vede, il danzatore quando
si esibisce su una musica live, ma anche su una recordata…..mmmm…
registrata, scusi ma qui si parla solo inglese… e a volte non mi
vengono le parole in italiano. Dunque dicevo che il danzatore si
basa sul battito dei cimbali e sulla voce che segna il tempo del
nattuvanar, che nella maggior parte dei casi è il proprio
maestro… senza i cimbali e la voce non si riesce a stare a tempo.
D: Anche le tue lezioni sono in lingua inglese dunque. Ma
quando studi il sanscrito, il tamil ecc.
Tu hai la traduzione in inglese. Ritengo che te la cavi
egregiamente in inglese altrimenti avresti difficoltà. Se
ricordo bene mi hai detto che hai fatto il liceo linguistico a
Milano.
Surya: Se è per questo difficoltà c'è ne ho sempre...
comunque sì, anche se non ho mai capito perché, tutte le prof
che ho avuto hanno fatto a gara per silurarmi.
D: Secondo te perché?
Surya: Non saprei con sicurezza, perché non mi è mai
stato troppo chiaro, posso
tentare di spiegarlo a me stessa prendendo a riferimento quando chiaramente mi
è stato detto
che credevano la mia danza, una
danza pagana, ed era la prima volta che sentivo questo termine
usato ai nostri tempi. Mi sembrava fosse una parola comune nel
medioevo. Ed è stato allora che ho dato una ragione ai problemi
avuti in precedenza.
L’ignoranza fa credere la religione indiana come una religione
idolatra, vedono tanti dei, tante storie, senza sapere che
questi dei sono assimilabili ai nostri santi. San Gennaro, San
Francesco, Sant’Antonio… ma oltre a questo c’è Dio. Il Padre. La
differenza sta solo che al posto di un Dio padre con barba e
baffi gli induisti lo ritengono un Senza Forma. Il Brahman
Nirguna, che letteralmente significa il Dio senza qualità,
attributi. Insomma un Dio illimitato.
D: Interessante questo argomento.
Surya: Sì, ma è molto complesso. L’importante è sapere
che Induismo è un termine che è stato coniato dagli inglesi per
identificare una religione che non era Cristianesimo, Islam,
Ebraismo ecc. quello che era al di fuori fu chiamato Hinduism ma
il termine esatto è Sanatana Dharma che può essere tradotto come
Verità Eterna.
D: Come ti trovi con gli studenti indiani?
Surya: Mi trovo benissimo. All’inizio stanno un po’
sulle loro perché non sanno con chi hanno a che fare ma poi,
visto che non te la meni… oooops…
Mette la mano sulla bocca, imbarazzata. Gli occhi neri e
grandissimi, direi che è tutta occhi e gambe, con un’espressione
di scusa.
D: Non preoccuparti, non mi sconvolgo, continua pure.
Surya: Va bene… insomma quando vedono che non ti dai arie e
sei in ogni caso una ragazza come loro, con la stessa
aspirazione e con gli stessi loro problemi, ti inglobano, come
hanno sempre fatto con tutte le culture e le religioni.
Per esempio, e questa la ritengo una cosa bellissima
visto come ce la tiriamo noi in Italia, di mattino ci raduniamo
tutti, studenti e maestri, seduti
a terra sotto il grande Banyan, il meraviglioso albero che pare
sia stato piantato dalla fondatrice, il mio mito, e cantiamo le
preghiere hindu, cristiane, musulmane
ed ebraiche .
E questo è proprio il loro spirito. È per questo che la
cultura indiana è così profonda, perché le ingloba tutte. C’è
molta tolleranza per le altre culture.
D: Però hanno molti problemi con il Pakistan, il Kashmir
e con i musulmani, almeno per quanto si sente in Europa.
Surya: Questa è una cosa politica e di Integralismo. Gli
integralismi fanno molti danni dappertutto. E anche è una
questione di ignoranza. Quando sai che sei una piccola molecola
che fai parte di un Tutto non vai a danneggiare questo Tutto
perché danneggeresti alla fine anche te stesso.
E questa è una ragazza di vent’anni? Adesso capisco perché non
ha scelto di diventare una velina.
Suona la campanella. Non è una campanella automatica è proprio
un tipino con una grossa campana che va strimpellando
attraverso il Campus.
Surya si alza, si sistema il sari da pratica di un bel verde
smeraldo che fa risaltare la carnagione ambrata e i grandi occhi
neri. La lunga treccia lucida di olio di cocco è decorata con
fiori di gelsomino che spandono il loro intenso e inebriante
profumo.
D: Devi andare a lezione di danza?
Surya: Di pomeriggio è un’ora sola, fra sanscrito,
architettura, Yoga e Kalaripayattu.
D: Kalaripayattu? Non è un’arte marziale del Kerala?
Surya: Sì, ci serve per allenare la muscolatura e anche
per riuscire ad elevarci in salti quando danziamo nei dance
drama.
D: E ti piace? O è un allenamento duro?
Surya: Qui non c’è una cosa che non mi piaccia e… a dirla
tutta, non c’è una cosa che non sia dura…
Ride, mi saluta e si unisce al gruppetto di ragazze in sari
multicolori, le lunghe trecce nere adornate da ghirlande di
gelsomini, le infradito e bottigliette d’acqua strette insieme
ai quaderni per gli appunti, si incamminano lungo i viali del
Campus verso i bungalows che si vedono fra gli alberi
fiammeggianti dei grandi fiori vermiglio.
E in questo momento mi accorgo che avrei avuto ancora un sacco
di domande da fare a questa ventenne milanesina che è venuta a
migliaia di chilometri da casa per inseguire il suo grande sogno:
quello di diventare danzatrice di Bharata Natyam la più antica e
classica delle danze classiche indiane.
Mentalmente le faccio tanti auguri e la aspettiamo in Italia fra
cinque anni con il suo grande bagaglio di esperienza e
conoscenza.
di Anaili Meoisé L.B.
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